Oltre 50 anni di Modelli del Mondo: Collasso, Collasso, Collasso
Il modo in cui funziona l’universo
Ugo Bardi 13 maggio 2026
Qui sopra potete vedere cinque scenari “standard”, a partire dai primi calcoli di Limits to Growth del 1972 fino a quelli più recenti (ce ne sono altri; questo è solo un esempio). Il modello è sempre lo stesso, “World3”, ma con dati aggiornati e ipotesi leggermente diverse. Si noti che il picco demografico si è spostato indietro rispetto al 2050 circa previsto nel 1972, fino al 2030 circa di oggi. La curva dell’inquinamento, invece, si è spostata in avanti, con il picco che si muove verso la fine del XXI secolo, o anche più tardi. Entrambi i fenomeni sono preoccupanti, soprattutto il fatto che l’inquinamento – che possiamo identificare con il riscaldamento globale – continuerà ad aumentare per quasi un secolo, prima di essere gradualmente riassorbito dal sistema naturale. Si noti la “forma di Seneca” dei picchi: la crescita è lenta, ma la rovina è rapida.
Ecco un altro risultato simile di Chris Brystroff , ma basato su presupposti diversi. Mostra solo la traiettoria della popolazione, ma si tratta comunque di un collasso.
Ora, una domanda: perché tutti questi modelli prevedono il collasso? Un’accusa che veniva spesso mossa agli autori del primo rapporto “I limiti della crescita”, del 1972, era che il collasso fosse intrinseco ai modelli. Pertanto, si diceva, il collasso è una caratteristica ideologica che i modellisti hanno introdotto nei loro modelli. Un altro caso “spazzatura dentro-spazzatura fuori” (garbage in — garbage out).
L’obiezione non va ignorata, perché è sostanzialmente vera. Come gli autori dei “Limiti della Crescita” hanno esplicitamente affermato più di una volta, i loro modelli non sono altro che versioni quantitative della loro visione del mondo.
Ma l’obiezione è una lama a doppio taglio. Considerate i tipici modelli demografici, quelli utilizzati dalle Nazioni Unite per estrapolare le tendenze demografiche globali.
Sopra, potete vedere i risultati di un tipico modello basato sulle coorti. Nessun collasso. Al massimo, un lento declino, entro i limiti di incertezza dei dati. Questo perché, ovviamente, il modello non include gli elementi che potrebbero generare un collasso. È ideologico? Certamente sì. I modellisti delle Nazioni Unite sono soggetti allo stesso problema di quelli che usano modelli dinamici. I loro modelli riflettono la loro visione del mondo. I modelli demografici standard non contraddicono le leggi della fisica, ma scelgono di trascurare alcuni fattori che sono invece inclusi nei modelli dinamici del mondo.
Esiste un modo per evitare di immaginare il futuro come lo vorremmo? Non è facile, perché la nostra mente è strutturata in modo tale da tendere a estrapolare le informazioni in base a ciò che conosciamo, e tendiamo ad essere ottimisti riguardo al futuro. Spesso, fin troppo ottimisti.
Ma esiste una via, ed è quella di basare i modelli sulla fisica. È un punto che raramente veniva sottolineato all’inizio degli studi sul sistema economico globale. Eppure, sta iniziando a emergere che le ipotesi alla base di questi modelli NON erano solo il riflesso di come gli autori vedevano il mondo. Erano basate sulla fisica, anche se questo punto non era esplicitamente dichiarato.
Sto lavorando a un articolo che quantifica la traiettoria di sistemi complessi in funzione della disponibilità di risorse e dell’impatto dell’inquinamento, il “nucleo” dei modelli mondiali LTG. Si scopre che è possibile generare le curve di crescita e declino partendo dai primi due principi della termodinamica, conservazione dell’energia e generazione di entropia, insieme al Principio di Massima Potenza (MPP), a volte definito il quarto principio della termodinamica. Ecco l’abstract (provvisorio).
La curva di Hubbert, originariamente proposta nel 1956 come descrizione fenomenologica della produzione di giacimenti petroliferi, ha a lungo resistito alla derivazione da principi indipendenti. Dimostriamo che la curva emerge come conseguenza strutturale di una catena termodinamica che combina quattro risultati consolidati: il teorema di Gouy-Stodola sui processi irreversibili, il principio di massima potenza (MPP) di Lotka-Odum per la raccolta di energia biologica, il limite endoreversibile di Curzon-Ahlborn per i motori termici operanti alla massima potenza e il modello a due stock di Bardi e Lavacchi (2009) per l’esaurimento delle risorse in condizioni di reinvestimento di capitale autocatalitico. In questo quadro, la curva di Hubbert simmetrica a campana è la previsione del modello nella sua forma più semplice, mentre le curve asimmetriche “Seneca” osservate empiricamente derivano da termini che rompono la simmetria – deprezzamento della capacità, declino dell’EROI, feedback dell’inquinamento ed estrazione best-first – ciascuno con una chiara interpretazione termodinamica. La sintesi suggerisce che la fase di declino della civiltà basata sui combustibili fossili non sia una curiosità empirica, bensì una previsione termodinamica, e che la sua asimmetria sia di natura strutturale piuttosto che accidentale.
In definitiva, il collasso è una proprietà naturale di quei sistemi complessi che chiamiamo “strutture dissipative” – un’intuizione che Ilya Prigogine aveva già avuto negli anni ‘60. Quindi, il collasso non è di per sé inevitabile, ma lo diventa quando decidiamo di sfruttare eccessivamente le risorse naturali che mantengono il sistema in funzione. Va bene così. È il modo in cui funziona l’universo. Se non vi piace, è inutile lamentarsi. Basta che vi trasferite in un altro universo.





